Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n.6 luglio/agosto 2011
Il Conto Consuntivo dell’anno 1861, compilato nel maggio dell’anno successivo, si aprì con la lieta notizia di alcune liquidazioni “che di quando in quando si ottennero dai vari dicasteri” per le richieste di rimborso per viveri e foraggi consegnati alle armate negli anni 1859-1860.
Poca cosa, a dire il vero, visto che servirono a ridurre solo di un quinto l’importo del mutuo di 26 mila lire che l’anno precedente il Comune aveva dovuto accendere presso la Cassa di Risparmio per saldare ai privati i crediti accumulati con le somministrazioni alle armate. Ben diverse erano state le aspettative, sia dell’Amministrazione locale sia dei privati, rispetto alla possibilità di ottenere un rimborso per i danni patiti a seguito della “guerra guerreggiata”.
La fiducia delle autorità e dei magentini verso il nuovo Stato venne fortemente minata dalla questione dei rimborsi bellici, ma non fu questo l’unico punto di frizione con le superiori autorità.
Col riordino territoriale e giudiziario operato nel 1859, Magenta era divenuta capoluogo di uno dei quattro Mandamenti di cui era formato il Circondario di Abbiategrasso, restituito alla provincia di Milano dopo i 45 anni di forzata annessione alla provincia pavese.
Il capoluogo di Mandamento era tenuto a mettere a disposizione i locali nei quali impiantare l’Ufficio mandamentale di Pubblica Sicurezza, e a pagare lo stipendio all’inserviente; la spesa doveva poi essere ripartita tra i comuni componenti il Mandamento, in proporzione alla popolazione residente, ma i Consigli Comunale di questi Comuni si erano rifiutati di versare le somma loro spettanti; la Sotto Prefettura, sollecitata ad intervenire non aveva ancora sbrogliato la matassa, cosicché nel 1862 le proteste delle autorità magentine, dopo due anni di paziente attesa, cominciarono a farsi insistenti. Con legge 27 marzo 1862 ai capoluoghi di Mandamento venne poi assegnata la Giudicatura, con ufficio del pretore e carceri, e quindi nuove spese impreviste dovevano essere affrontate: per questo motivo, era scritto nel Conto Consuntivo 1861 “l’Amministrazione di Magenta non cesserà di tener vive le rimostranze presso la superiorità, finché non si otterrà una definitiva decisione”.
E poi c’era la questione aperta del ponte di Pontevecchio. “Qui occorre far conoscere che in seguito all’avvenuta demolizione da parte delle truppe austriache del ponte sul Naviglio Grande detto di Magenta, il regio Ufficio del Genio Civile, stante l’urgenza di provvedere per la navigazione, faceva costruire a spese erariali l’attuale ponte provvisorio in legno. Nell’asciutta del corrente anno [1862] l’ingegnere capo sig. Pirovano riferiva a codesto Municipio occorrere al ponte stesso il cambio delle tavole di legno, dell’impalcatura e dei paraghiaia, nonché di quattro colonne a difesa delle spalle ed ala sinistra, aggiungendo che siccome per il passato la manutenzione del ponte fu sempre sostenuta dal Comune, questi doveva tuttora pensarvi per provvedere alla sicurezza del transito sul medesimo, anche come autorità da cui dipende la Polizia Locale; [riferiva il Pirovano] di ritenere perciò il Genio Civile affatto estraneo ad ogni responsabilità per gli inconvenienti che avessero potuto succedere, particolarmente per il carreggio [transito di carri]”.
Recependo solo in parte quanto prescritto dall’ing. Pirovano, il Comune aveva dato le opportune disposizioni per il cambio delle colonne di rovere a difesa della spalla e ala sinistra di quella tratta di muro rimasta non danneggiata dopo la demolizione, ma affermò di non sentirsi per nulla obbligato “per le indicate opere al ponte provvisorio in legno, essendovi notabile differenza tra la manutenzione d’un manufatto in vivo [pietre e sassi] e di uno in legno, stato originariamente formato con pochissima solidità, come lo comprova il fatto delle riparazioni richieste, dopo un termine così breve dall’epoca della costruzione, e che equivale pressoché dire ad un nuovo ripristino”. Gli amministratori magentini aggiunsero poi che “ove le due arcate venissero ricostruite in vivo, il Municipio non si rifiuterebbe alle annuali riparazioni, come sempre praticò nel passato”, e si dichiararono quindi non responsabili nel caso fossero accaduti inconvenienti.
Ciò che puntualmente avvenne: “Accadde infatti una rottura a vari piantati delle sbarre del ponte, in seguito al rimorchio di un numero di barche, e se ne diede avviso all’Ufficio Canali Demaniali, ma riconosciutosi un evidente pericolo di disgrazia nel ritardo alle riparazioni, furono fatte eseguire dal Comune in via d’urgenza”.
Anche in questo caso si sollecitava un rimborso delle spese incontrate, non intendendo affatto l’Amministrazione rinunciare ai propri diritti di esonero dalle ingenti spese di manutenzione del ponte provvisorio.
Chiudendo il bilancio, la Giunta Municipale ribadì di attendere dallo Stato la “tanto desiderata” liquidazione delle 28.497 lire rimanenti, come importo di requisizioni, viveri, foraggi e mezzi di trasporto somministrati alle armate. Quando quella cifra fosse stata introitata, allora, “ridotta l’Amministrazione alle sole spese ordinarie, certo l’estimo ne risentirà un sollievo, e con una moderata imposta sarà dato poter sopperire agli occorrenti impegni”.
Il riferimento era alla sovrimposta comunale per ogni scudo d’estimo, cioè sul valore dei terreni magentini: se prima del 1859 la sovrimposta non aveva mai superato i 10 centesimi per scudo, a partire dal 1860 si attestò tra i 13 e 15 centesimi. Chiedendo ai proprietari fondiari un sacrificio economico che molti di essi, già danneggiati dalle devastazioni dei terreni, faticavano a sopportare, il nuovo Stato italiano a Magenta non si presentava certo con i migliori auspici.
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