MAGENTA NOSTRA

Archeologia magentina (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 6 luglio/agosto 1997

I ritrovamenti archeologici effettuati nel territorio di Magenta testimoniano l’esistenza di un insediamento dal periodo celtico fino all’età romana. Tra le tribù celtiche, quella degli Insubri, insediata nel milanese, era la più importante, e a partire dal IV secolo a.C. assunse il ruolo di guida della confederazione di tribù a nord del Po. Dallo storico greco Polibio apprendiamo che i Celti “abitavano in villaggi non fortificati e dormivano su letti di fieno e paglia, mangiavano solo carne e non esercitavano altro mestiere che la guerra e l’agricoltura“. Tra i villaggi disseminati nelle campagne in posizione strategica, lungo le vie di comunicazione o di passaggio, dovette esserci anche Magenta, che come altri villaggi della zona faceva capo al centro politico-religioso di Mediolanum. La controversa vicenda dell’origine del nome della nostra città trova qui il primo capitolo: chi propende per l’origine celtica del toponimo “Magenta”, lo fa risalire al termine Mag (radice celtico-antica che significa plaga paludosa), utilizzato per indicare la stazione di presidio dei Galli Insubri. L’insediamento è comunque certo: il suolo di Magenta ha restituito agli archeologi alcuni reperti importanti, in particolare nella necropoli scoperta nel 1884 in via S. Biagio durante l’edificazione dell’Istituto delle Suore Canossiane; qui nelle sepolture celtiche, insieme ad oggetti metallici come anelli, coltelli e recipienti vari, sono state rinvenute alcune spade con catene metalliche per la sospensione, tipiche della cultura della La Tène; lunghe circa 60-70 cm, contenute entro foderi realizzati da due sottili lamine di bronzo, confermano che l’arte della guerra era considerata presso quei popoli come un vero e proprio mestiere, indispensabile per vivere: la spada era per i guerrieri un vero e proprio “status symbol”.

Altro ritrovamento, ma meno importante, è stato effettuato presso la cascina Airoldi di Pontevecchio; a più riprese vennero rinvenuti materiali riconducibili ad una tomba a cremazione celtica del I secolo a.C., con corredo di vasi e ferri. La romanizzazione del milanese iniziò nel II secolo a.C., al termine della guerra portata contro la confederazione celtica di Insubri, Boi e Lingoni. Milano cadde per la prima volta nella mani del console Marco Claudio Marcello nel 222 a.C. e, dopo alterne vicende legate all’alleanza tra Celti e Cartaginesi nella seconda guerra punica, nel 194 a.C. la città fu definitivamente costretta alla resa. I Romani nel territorio degli Insubri rispettarono le gerarchie locali e si limitarono a stringere trattati senza modificare l’organizzazione tribale. Erano chiesti il versamento di un tributo e la fornitura di truppe ausiliarie, mentre le Élites locali salvaguardarono i propri privilegi economici e sociali. A questo primo periodo romano risalivano i ritrovamenti, ora dispersi, avvenuti casualmente nel corso del XIX secolo presso la ex Cascina Bovisa (nella Vallata) ed in via Milano: si trattava di tombe romane contenenti ceneri poste entro urne o anfore segate; i modesti corredi indicavano l’appartenenza delle tombe al basso ceto. Sempre dello stesso periodo (I secolo a.C.) sono altri oggetti rinvenuti nella già citata necropoli di via S. Biagio; oltre alle sepolture celtiche, se ne trovarono di provenienza romana, contenenti monete, bracciali, anellini, aghi, specchi bronzei, fibule e coltellacci in ferro, vetri e lucerne, tali da far pensare a defunti appartenenti a classi sociali relativamente agiate.

Il reperto più importante relativo alla storia magentina è senza dubbio il cippo miliare di età costantiniana (328 d. C.) rinvenuto a Robecco ma anticamente collocato lungo la via romana che collegava Mediolanum ad Augusta Praetoria (Aosta) transitando per Novaria ed Eporedia (Ivrea). La via passava per Quarto Romano, Quinto Cagnino, Settimo Milanese (a 4,5,7 miglia da Milano) e guadava il Ticino al “Vadum Tercantinum”. I miliari costantiniani avevano funzione propagandistica, tanto che non riportavano, come accadeva abitualmente, l’indicazione delle miglia dal punto di partenza della via lungo la quale erano collocati. L’iscrizione recita: “(Domino) N(ostro) IMP(eratori) CAES(ari) (Co)NSTANTINO MAXIMO P(io) F(elici) VICTORI AUG(usto) PONTIF(ici) MAX(imo) TRIB(unicia) POT(estate) XXIII IMP(eratori) XXII CONS(uli) VII P(atri) P(atriae) PROCONS(uli) HV(manarum rerum) (Optimo Principi) (Divi Constanti Filio) (Bono Rei Publicae nato)”*, intendendo così riportare tutte le cariche che Costantino in quell’anno ricopriva. Al periodo immediatamente successivo sono associate le altre due ipotesi relative all’origine del nome “Magenta”. Una, la più nota ma non per questo la più probabile, farebbe risalire all’imperatore Massenzio il toponimo latino “castra Maxentii“, da cui deriverebbe Magenta; in effetti nel IV secolo dopo Cristo sull’ltinerarium Antonini (così venne chiamata nel tardo Impero la via romana per Vercelli) vennero eretti dei presidi, in particolare dove le vie si approssimavano ai confini naturali, come il Ticino poteva essere. Non è certo che Magenta fosse un “castra” (campo militare fortificato), ma sicuramente fu una “mansio”, ovvero una piazza di sosta al servizio di soldati e mercanti prima, di pellegrini e missionari poi. Dalla corruzione del termine latino “mansio” la terza ipotesi farebbe derivare il nome della nostra città.
I reperti rinvenuti a Magenta sono stati collocati in diverse collezioni archeologiche nei musei di Como, Legnano, Mantova, Milano e Torino.
Nota del 2021: il cippo miliare si trova ad Abbiategrasso nel cortile del Castello Visconteo

* Al Signore Nostro Imperatore Cesare Costantino Massimo, Pio, Felice, Vincitore Augusto, Pontefice Massimo Per 23 volte investito del potere tribunizio Imperatore per 23 anni Console per 7 volte Padre della patria Proconsole Delle questioni umane Ottimo Capo Figlio del divino Costante Nato per il bene dello Stato 
Il testo inciso sul cippo è ricco di formule abbreviate (IMP=Imperator; PP=Pater Patriae, ecc.), tipiche delle iscrizioni, o di parti abrase dal tempo che sono state tradotte grazie al confronto con altre epigrafi del tempo. 

Foto e trascrizione/traduzione cippo miliare tratti dal progetto ‘Sulle tracce di Costantino’ Istituto Bachelet Abbiategrasso: http://www.iisbachelet.it/ipercostantino/indice.htm

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