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Energia elettrica dal Naviglio (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 2 marzo 2004

L’ultimo decennio del secolo XIX si distinse per una serie di iniziative progettuali di grande portata, ma destinate inesorabilmente a fallire proprio a causa della grandiosità dei progetti stessi.
Già si è parlato dell’idea di una linea ferroviaria, rimasta solo sulla carta, tra Pavia e Gallarate; è ora la volta di un altro considerevole progetto che, se realizzato, avrebbe consentito alla zona del Magentino e dell’Abbiatense di disporre di abbondante energia elettrica a buon mercato.
Lo sviluppo industriale di fine Ottocento si basò sullo sfruttamento della forza motrice prodotta in gran parte dal vapore. Molto lento nella nostra zona fu il passaggio all’utilizzo dell’elettricità, introdotta in maniera episodica negli anni a cavallo tra Ottocento e Novecento.
Da uno studio statistico sull’industria lombarda compilato nel 1893 dal Sabbatini sappiamo che il solo stabilimento De Medici (poi Saffa) di Pontenuovo disponeva di una dinamo che forniva corrente elettrica per illuminazione a circa duecento lampadine; mancando del tutto gli impianti di distribuzione, in quell’anno nessun opificio disponeva di elettricità ad uso di forza motrice. La portata rivoluzionaria della nuova forma di energia, ed in particolare la possibilità di trasportarla lontano dalla zona di produzione fu subito chiara agli industriali locali, che promossero studi ed iniziative per poterla derivare dalle risorse disponibili sul territorio, ed in particolare dalle acque del naviglio Grande. Nel 1893 gli ingegneri. G.B. Conti, L. Greppi e S. Sioli Legnani progettarono una serie di impianti idroelettrici destinati alla produzione di quasi ventimila cavalli dinamici; a tale scopo, pensarono di scavare due appositi canali industriali paralleli al Naviglio, il primo da Tornavento a Castelletto di Cuggiono (progetto che avrebbe poi avuto uno sviluppo nelle centrali elettriche di Vizzola e Turbigo), il secondo da Pontenuovo ad Abbiategrasso, con localizzazione degli impianti produttivi a Pontenuovo, Cassinetta ed Abbiategrasso.
Il principio su cui si basava il progetto era quello di concentrare in questi tre punti la naturale pendenza del terreno, formando così della cascate artificiali da utilizzare per muovere le turbine, con salti d’acqua rispettivamente di metri 2,50, 3,50 e 5,50. Lo sconvolgimento ambientale sarebbe stato notevole, ma d’altro canto gli ideatori fondavano il loro presupposto sulla possibilità di creare grandi vantaggi, con un sistema di chiuse, anche per la navigazione, da sempre molto difficoltosa nel tratto a monte di Abbiategrasso a causa della forte corrente del canale.
Queste le parole dei progettisti (così riportate da M. Comincini nel volume “Un secolo di economia nell’Abbiatense e nel Magentino”): “Il naviglio Grande in ascesa si fa solo a vuoto e la navigazione a vapore è allo stato di semplice desiderio. Precipuo interesse pubblico, oltre la creazione di grandi forze idrauliche, sarà il miglioramento della navigazione. Soppressi i tronchi di Naviglio ad eccessiva pendenza [con l’interramento di alcuni tratti paralleli all’ipotetico nuovo canale industriale] diminuiranno notevolmente le spese di rimorchio e potranno svilupparsi trasporti in ascesa; ma il vantaggio maggiore può venire dall’applicazione di un qualche sistema di trazione meccanica [alimentato con] gli impianti lungo la linea“.
Nonostante le lusinghiere prospettive, ovvero “la creazione di grandi forze idrauliche, a basso prezzo, in posizione assai favorevole, presso numerosi centri di popolazione esperta alle industrie, con eccellenti strade di comunicazione, lungo una via navigabile, che si vuol rendere pari alle migliori, la quale unirà gli impianti al gran centro della vita industriale ed economica della regione lombarda“, le opposizioni al progetto furono vivaci, soprattutto da parte dei numerosi utilizzatori agricoli delle acque irrigue del Naviglio; il rischio che venisse sconvolto il secolare sistema idraulico che faceva capo al Naviglio e ai canali da esso derivati era davvero concreto, tanto che gli ostacoli e le resistenze al progetto si rivelarono insormontabili. Il canale industriale Magenta — Abbiategrasso venne così accantonato.
Per curiosità storica, il primo impianto idraulico convertito a generatore di energia elettrica nel territorio magentino fu il mulino Grande Melzi al confine con Carpenzago; le ruote mosse dalle acque di risorgiva convogliate nella roggia Rottura, dopo secoli di attività per macinare grano e pilare riso, vennero convertite nel 1905 a generatore di energia elettrica; dall’officina idroelettrica impiantata dal conte Emanuele Prinetti nel cosiddetto “mulin de la forza”, una linea palificata portava l’energia elettrica ad Abbiategrasso, dove era utilizzata per illuminazione e forza motrice dalla società chimica Fino.

Laura Invernizzi

Membro del Consiglio della PRO LOCO MAGENTA
Giornalista, realizzatrice e voce narrante della sezione "Podcast"

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