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Gli antichi cortili (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 1 gennaio/febbraio 2006

Fino a qualche decennio fa, la tipologia residenziale prevalente all’interno dei paesi della campagna milanese era il cortile, spazio comune su cui si affacciavano diverse unità abitative. Oggi si cerca di recuperare e, dove possibile, di conservare quel poco che rimane di questa antica traccia di storia quotidiana attraverso cui sono passate molte generazioni di magentini.
Segnale della presenza di molti cortili nelle vie del centro sono ancora oggi i diversi anditi e portoni che si affacciano sui fronti stradali; spesso tuttavia, varcata la soglia, non è dato riconoscere quasi più nulla dell’antica organizzazione degli spazi e della disposizione di vani e servizi che la necessità e l’esperienza avevano quasi standardizzato. Viene qui riprodotto un disegno ottocentesco di un cortile situato all’inizio della contrada di San Martino, nei pressi della piazza centrale, corrispondente all’odierna corte al n. 4 di via Roma. I documenti cui si fa riferimento per descrizione degli spazi sono per lo più della prima metà dell’Ottocento.
Tipica dei cortili rurali, in cui vivevano famiglie di contadini e in qualche caso di artigiani, era la presenza di fabbricati su non più di tre lati della corte comune, con un ampio spazio lasciato libero per usi molteplici.
Il portone d’accesso, sempre in legno, a due ante, spesso rappezzato con assi di rifiuto, dava accesso ad un andito con suolo generalmente selciato. La corte era invece in terra battuta, con pendenza degradante verso la “foppa del letame”, sempre presente per raccogliere le pluviali, i liquami animali e le deiezioni umane lì convogliate o trasportate. Unico altro tratto selciato era solitamente nelle adiacenze del pozzo comune, “con spalle e parapetto in cotto e coperto con due alette di tetto”, unica fonte di approvvigionamento di acqua.
La disposizione interna delle unità abitative poteva variare, ma era sempre rispettata la destinazione di alcuni fabbricati per l’allevamento degli animali. Presenze costanti erano quindi il pollaio per il ricovero notturno del pollame, sempre provvisto di porta con chiavistello, per evitare le frequenti intrusioni di malintenzionati, e la stalla per i bovini, spesso associata a uno o più stallini per ovini o suini. Le stalle erano sormontate da fienili con campate sorrette da pilastri e apertura il più delle volte su entrambi i lati lunghi per consentire una migliore aera-zione.
Non mancavano, ed erano in numero assai variabile, i ripostigli comuni e i portichetti per tutti gli usi connessi all’attività agricola e artigianale, e le cantine seminterrate o sotterranee cui si accedeva attraverso scale esterne alle abitazioni ma collocate nelle immediate vicinanze di esse, spesso all’interno di portici.
L’orto sul retro era presenza costante; in esso le famiglie coltivavano “verdure da badile” e piantavano alberi da frutta. I gelsi di fondamentale importanza per l’economia contadina, erano invece coltivati in buon numero dove lo spazio aperto della corte lo consentiva: di solito nei pressi del pozzo, addossati al muro del lato libero da edifici, nei pressi delle stalle, attorno alla latrina comune.
I luoghi d’abitazione erano sempre sul lato del cortile che dava verso la strada. Gli edifici erano costituiti dalla cucina al pian terreno, unico luogo riscaldato che fungeva anche da locale di soggiorno, e da un piano superiore, adibito esclusivamente a camere da letto. Non vi erano porte verso strada, ad eccezione degli ingressi ai locali adibiti a bottega, presenti soprattutto nei cortili centrali, e spesso frutto di riattamenti di precedenti locali d’abitazione. Sempre presente era il solaio, o “spazzaca'”, adibito a ripostiglio privato. Nei locali terreni, dai pavimenti in terra battuta oppure lastricati di sassi e mattoni, l’umidità era sempre molto elevata, ed in alcune stagioni quasi insopportabile, poiché andava mantenuta per consentire la sopravvivenza dei bachi da seta allevati quasi in simbiosi con la famiglia colonica. Le finestre non avevano vetri, e dalle ante fatte di assi inchiodate, spesso “vecchie e grame”, filtrava polvere d’estate e freddo nell’inverno, appena mitigato dal calore emanato da un camino per cui il combustibile era cronicamente scarso.
In cortili siffatti, normalmente di un unico proprietario, abitavano circa quindici persone per ogni cucina, ovvero tre famiglie. Possiamo quindi pensare che in questi spazi al numero 916 di contrada San Martino, in un qualunque anno della prima metà dell’Ottocento, trovassero alloggio non meno di una trentina di persone.

Laura Invernizzi

Collaboratrice di MAGENTA NOSTRA.
Realizzatrice, curatrice e voce narrante della sezione "Podcast".

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