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Gli scioperi agrari di fine Ottocento – 1

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 5 giugno 2002

L’argomento potrebbe suggerire qualche collegamento con l’attualità, ma l’unico legame è di carattere terminologico, poiché tra il 1889 ed oggi sono molte più le differenze di quante possano sembrare le analogie: il presente ha quindi fornito solo lo spunto per presentare le tensioni sociali di fine Ottocento, e nulla di più.
Nell’ultimo ventennio del XIX secolo l’agricoltura italiana si trovò a dover affrontare la crisi strutturale che aveva coinvolto tutta l’agricoltura europea; l’intenso sviluppo dei mezzi di comunicazione terrestri e marittimi aveva aperto il mercato europeo alla concorrenza dei prodotti agricoli d’oltreoceano, ed in particolare l’immissione sui mercati continentali del grano americano, argentino ed indiano innescarono una tendenza al ribasso dei prezzi di vendita. Si inaugurarono tariffe protezionistiche, che nel settore agricolo a poco valsero se non ad inasprire rapporti politici e diplomatici tra gli stati europei. 
Nella zona della pianura asciutta milanese, e quindi in una vasta fascia che aveva nel Magentino il suo limite meridionale, gli effetti negativi di quella congiuntura coinvolsero anche l’altro settore trainante dell’economia rurale, quello della produzione della seta attraverso l’allevamento dei bachi.
Per reagire con investimenti, migliorie e modifiche colturali, indispensabili a controbattere l’invadenza dei prodotti agricoli d’importazione, le risorse a disposizione erano scarse, poiché anche la viticoltura, coltura con radici secolari nell’asciutto milanese, era stata da pochi anni falcidiata dalle successive crisi dell’oidio e della peronospera, che avevano di fatto azzerato la produzione di uva, togliendo una porzione spesso indispensabile di rendita. 
Per i proprietari terrieri, in passato propensi a farsi carico delle difficoltà e a tenere un atteggiamento solidale con i propri contadini, si fece largo la prospettiva di scaricare sui lavoratori della terra i minori ricavi della commercializzazione dei prodotti.
Il ceto contadino tuttavia aveva già dovuto subire, nel corso dell’Ottocento, l’evoluzione dei contratti agrari, che lo avevano ridotto sempre più in balia dei proprietari: alla tradizionale azienda massarile plurifamiliare fondata sulla mezzadria e sulla mutua assistenza, era stata lentamente sostituita la gestione dei fondi per mezzo di coloni (chiamati pigionanti) legati da contratti annuali, quindi con la caratteristica di elevata precarietà che sconsigliava ai conduttori ogni tipo di miglioria e di intervento diretto sui poderi. Nell’ultimo quarto del secolo il disagio era ormai ad un livello endemico, e a poco erano valse le denunce della pubblicistica del tempo, così come i suggerimenti degli economisti e gli interventi sul territorio ad opera dei Comizi Agrari e delle Cattedre Ambulanti di Agricoltura. 
Quando nel 1889 scoppiarono violente rivolte i proprietari sembrarono colti di sorpresa, ma a ben vedere c’era poco di sorprendente nella sollevazione di chi non conosceva ormai altro che la miseria
.
Altri elementi si aggiungevano poi alla povertà divenuta insopportabile: la crescente alfabetizzazione, il diffondersi delle comunicazioni, la presenza occasionale di propagandisti ed agitatori provenienti dalla città avevano reso il ceto contadino più consapevole della propria situazione, e alla secolare abitudine alla fatica si sovrappose il desiderio di maggior equità sociale. La tacita obbedienza, alla quale non era estraneo un onesto e sincero rispetto verso quei proprietari più lungimiranti che, facendosi benvolere, erano considerati dai contadini come dei benefattori, cominciò ad essere percepita come ingiusto sopruso. Da lì alla rivolta il passo era breve: mancava solamente l’occasione. 
Ancora nel 1886, all’indomani di alcune agitazione nella zona orientale della provincia milanese, il Comizio Agrario circondariale di Abbiategrasso, nel sottolineare “la rovinosa condizione in cui si trova, in una zona prima lussureggiante, la benemerita classe agricola, che ora va scemando di forza nel fisico e nel morale“, era ben lungi dal temere esiti violenti; la ribellione era considerata un atteggiamento estraneo ai coloni, per i quali si temeva piuttosto “il rilassamento e l’apatia in tutto ciò che riguarda la coltivazione dei campi“.
Tre anni più tardi i fatti smentirono queste previsioni: una massiccia ondata di agitazioni investì l’Alto Milanese, e questa volta tocco alla fascia a nord-ovest, ovvero al Magentino e al Legnanese: a partire dal 10 maggio 1889 nel quadrilatero compreso tra Rho. Legnano, Turbigo e Magenta le campagne cominciarono a ribollire, sobillate ed in certo modo guidate dall’azione di emissari cittadini di partiti definiti “sovversivi”, che tuttavia trovarono terreno fecondo per la loro propaganda. Tra il 19 e il 20 maggio l’agitazione ebbe le sue manifestazioni più violente e sanguinose, e si dovettero anche piangere delle vittime.
Lo stato d’animo dei contadini in quei giorni fu colto con acutezza dal quotidiano milanese “Il Secolo”, foglio di area radicale: “Da una parte c’è odio profondo e sordo: è un odio che i dolori e le oppressioni di parecchie generazioni hanno accumulato: dall’altro vi è uno svegliarsi repentino di gente che troppo tardi si accorge di aver trattato i contadini peggio delle bestie che hanno in stalla – ed è un’incertezza, un dubbio generale, una paura angosciosa di quel che l’avvenire prepara. I contadini si radunano sui sagrati delle chiese: quando le funzioni religiose sono terminate, si dirigono in masse verso le case dei proprietari che non sono umani e verso la sede del Comune: si rompono le lampade, si mandano avanti i ragazzi e i giovanotti e comincia la grandine dei sassi contro i vetri e le imposte“. Il primo Comune del Magentino a dover affrontare l’emergenza fu Arluno, ma subito i contadini arlunesi furono emulati; e al grido di “Evviva num, evviva qui d’Arlun; abbass i sciuri e i guardi dal Comun” a Corbetta, Magenta e Robecco si ebbero le manifestazioni più accese.

 

Copertina: Giuseppe Pellizza da Volpedo –  Il Quarto Stato (Wikipedia)

 

Laura Invernizzi

Membro del Consiglio della PRO LOCO MAGENTA
Giornalista, realizzatrice e voce narrante della sezione "Podcast"

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