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Gli scioperi agrari di fine Ottocento – 2 (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 6 luglio/agosto 2002

Delle cause remote dei moti popolari scoppiati nella zona a nord ovest di Milano nella primavera del 1889 si è già detto nell’articolo precedente.
Ora osserviamo più da vicino i fatti.
I primi scioperi violenti si ebbero ad Arluno, e le modalità di quella protesta furono ben presto emulate prima a Sedriano, poi a Ossona, Bareggio, Corbetta e Robecco. Ovunque fu unanime lo scopo dei rivoltosi: saccheggiare le residenze signorili per distruggere i registri contabili, simboli del potere economico, ed assaltare i municipi, simboli del potere amministrativo.
Ad Arluno (12 maggio) i manifestanti avevano abbattuto “imposte di finestre, porte e cancelli, per invadere la casa Del Verme, esportandone come rapina vari oggetti di mobilio per ammucchiarli in piazza ed appiccarne il fuoco“.
Subito le autorità, che in precedenza avevano inviato un supporto di forze dell’ordine solo nei capoluoghi di mandamento, risposero schierando gruppi di armati nei comuni dove più si temeva lo scoppio di nuove insurrezioni; la presenza di militari riuscì a tamponare la violenza nella maggior parte delle piazze, ma non in tutte.
Così, se ad Ossona (14 maggio) alcuni gruppi di contadini si limitarono ad aizzare la folla al grido di “sciop, sciop“, a Corbetta il 19 maggio alcuni dimostranti, al termine di un corteo cui avevano preso parte circa mille persone, cominciarono a gettare sassi contro i palazzi delle famiglie benestanti, irritati dall’atteggiamento indisponente con cui gli agrari avevano accolto le loro richieste. Ai provocatori però risposero gli agenti della Pubblica Sicurezza, schierati in forza a difesa delle proprietà private; “dopo aver emesso i consueti tre squilli di avvertimento alla carica, gli agenti iniziarono improvvisamente a sparare, dapprima in aria, poi contro la folla. Un dimostrante fu ucciso, un altro rimase gravemente ferito“.
Al verificarsi della tragedia avevano contribuito anche gli avvisi dati dagli operai locali che, lavorando a Milano durante la settimana e reputandosi ben informati, avevano tranquillizzato i contadini invitandoli a non avere paura, poiché – secondo quanto era stato loro riferito – i soldati avevano ricevuto l’ordine di non sparare. Completò lo scenario l’arresto di ventidue dimostranti, dieci dei quali giudicati poi colpevoli di ribellione e devastazione; a tal Luigi Magugliani, colui che venne ritenuto il capo della rivolta fu comminata una pena di tre anni e quattro mesi di reclusione.
L’ondata delle manifestazioni si stava spostando verso ovest, e nelle previsioni sarebbe stato il turno di Magenta. Si decise così di ulteriormente rinforzare il presidio militare, e il 21 maggio entrò in Magenta uno squadrone di cavalleria, agli ordini del delegato di Pubblica Sicurezza. In paese arrivarono anche gli inviati dei giornali milanesi, poiché i fatti dei giorni precedenti avevano cominciato a coinvolgere l’opinione pubblica e si prevedeva che a Magenta sarebbe accaduto qualcosa di grosso. D’altra parte a Milano erano stati ricoverati diversi feriti provenienti dagli scontri di Corbetta; sembrava che l’ondata di rabbia contadina fosse inarrestabile, ma a Magenta fu la mediazione ad avere la meglio.
Così scrisse un redattore inviato dal Corriere della Sera alle 11 antimeridiane del 22 maggio: “Uno dei punti più importanti dello sciopero è Magenta, non tanto per l’agitazione in sé, quanto per la sua importanza locale. Orbene, a Magenta si può dire che lo sciopero è terminato. Oggi infatti in una sala del Municipio vi fu un’adunanza di venticinque proprietari, presieduta dall’onorevole Campi. In essa venne discusso quanto i contadini domandavano e quasi tutto venne accordato. […]. Siccome all’adunanza non assistevano contadini – avendo questi paura di venire sfavorevolmente notati dai proprietari – così si nominò una Commissione composta dal segretario comunale rag. Ponti – che fu l’anima di questa conciliazione – dal prevosto parroco Tragella, dal sindaco Busnelli e dal signor Ghislanzoni, presidente della Società operaia.
In sintesi fu accordata una leggera riduzione nel canone del frumento, venne concesso un aumento della retribuzione delle giornate d’obbligo che ogni colono doveva prestare sul fondo condotto “in economia” dal proprietario, furono ridotti gli “appendizi” e rivisti i compensi per le “vetture”, cioè per i servizi di trasporto svolti dai contadini per conto dei padroni. Nulla che potesse incidere radicalmente sulle modalità dei contratti agrari, ma comunque la serie degli scioperi poté dirsi conclusa, anche se la Sottoprefettura di Abbiategrasso, competente sul territorio magentino, impose fino a nuovo ordine la chiusura degli esercizi pubblici di vendita vino e liquori a partire dalle otto pomeridiane.
A margine di questi fatti, riporto tre testimonianze, non tanto come commento, quanto per meglio penetrare la mentalità di quei tempi e per meglio cogliere i diversi stati d’animo dei protagonisti. Dapprima le parole scritte in una lettera del 26 maggio dal portavoce dei coloni del marchese Litta Modignani, proprietario di molti fondi nella zona di Ossona: “Mi perdoni, illustrissimo signor padrone, se siamo stati un po’ esagerati; ci limitiamo e ci rassegniamo però a tutto ciò che al suo nobile e dolce cuore e alla sua carità piacerà di esaudire, e quando sapessimo di amareggiarla e di rattristarla, siamo pronti a lasciar cadere tutte le domande e a continuare come in passato”.
Contadini quindi più pentiti di aver esagerato, e timorosi delle conseguenze, che coscienti di doversi guadagnare i diritti fondamentali; contadini per natura poco inclini alla violenza, come sembra riflettere anche la corrispondenza da Magenta del Corriere della Sera del giorno 24 maggio: “Ieri l’altro anche i contadini di Castellazzo dei Barzi si misero in sciopero. Fu subito spedito un messo a Corbetta per far venire della truppa. Gli animi dei contadini erano agitatissimi e arrivando i soldati in paese non si sarebbero potuti evitare conflitti. Man mano che il tempo passava il fermento cresceva; i contadini a frotte entravano nelle bettole quasi per prendere Iena onde preparare una cattiva accoglienza ai soldati. Ma alla buona maestra Gianotti viene un’ispirazione gentile: abbandona la sua cameretta [annessa alla scuola], va in quel punto del paese dove è più grave l’agitazione, passa di osteria in osteria e parla, prega e scongiura quei contadini di ritornare alle loro case, di non far scorrere sangue tra fratelli, di evitare i lutti delle loro famiglie. Le argomentazioni e l’accento furono così toccanti che in breve le osterie divennero deserte e i propositi di ribellione svanirono. I soldati giunsero verso sera a baionetta in canna credendo di dover sedare una rivoluzione, e invece trovarono tutti nello loro case“.
Da ultimo, le parole del rapporto inviato dal sindaco di Magenta Busnelli alla questura milanese: “Chi scrive non può nascondere che alcuni addebitamenti nei conti colonici non pienamente giustificati né dalla equità né dalle costumanze agrarie siano stati esca dell’agitazione, ma è però anche d’avviso che tale agitazione non poteva erompere né così estesa né così grave senza le velenose intimazioni di infami sobillatori, la cui presenza in questi comuni si ebbe a constatare nei giorni che precedettero ed in cui avvennero i disordini. E’ facile immaginare quanto la massa dei lavoratori sia proclive ad accogliere senza ponderazione ogni intimazione che faccia loro balenare alla mente l’idea di un avvenire migliore, ed è in questi sciagurati sovvertitori che il governo e la giustizia dovrebbero far severamente pesare tutto il rigore delle leggi”.
Da altre fonti sappiamo che per tutto il mese di maggio nelle campagne erano stati notati personaggi sconosciuti parlanti il dialetto milanese (diverso da quello locale) i quali, con pretesto di vendere limoni, aranci ed altro, avvicinavano i contadini nelle case e sulle piazze, incoraggiandoli a far valere i propri diritti.
Con l’arresto a Magenta del socialista Alberto Bressa si ritenne di aver individuato la matrice sovversiva delle agitazioni; molto più semplicemente, e con maggior realismo, il sindaco di Robecco Sironi riferì in questo modo sui gravi disordini e sugli arresti avvenuti anche nel suo comune: “Richiesti [di dire cosa volessero, i contadini] non formulavano precise domande sui loro desideri, limitandosi a dire che non si poteva più vivere così“.

 

Copertina: Giuseppe Pellizza da Volpedo –  Il Quarto Stato (Wikipedia)

 

Laura Invernizzi

Membro del Consiglio della PRO LOCO MAGENTA
Giornalista, realizzatrice e voce narrante della sezione "Podcast"

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