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Il lavoro notturno e festivo a inizio novecento (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 8 ottobre 2010

Nel primo decennio del Novecento, parallelamente allo sviluppo industriale, in Italia vennero promulgate diverse norme miranti a disciplinare le modalità di svolgimento dell’attività lavorativa, eliminando quindi gli eccessi che contrastavano con la dignità della persona e con il diritto al riposo, e quindi alla salute, dei lavoratori. In questo filone si inseriscono in particolare la leggi sul lavoro delle donne dei fanciulli (legge 19 giugno 1902 n. 242), sul riposo settimanale (legge 7 luglio 1907 n. 489) e sul lavoro notturno (legge 22 marzo 1908 n. 105). L’impatto di queste norme sul lavoro nelle fabbriche fu senz’altro positivo. Per quanto riguarda invece le attività artigianali e commerciali, le nuove leggi furono percepite più spesso come un vincolo ed un ostacolo alla libera iniziativa e alle consuetudini sancite dalla secolare esperienza, tanto che alle autorità comunali pervennero spesso richieste di far ricorso alla possibilità di concedere deroghe, facoltà peraltro prevista dalle normative stesse
Così, quando nel febbraio 1908 entrò in vigore la legge sul riposo settimanale, a Magenta diverse categorie di commercianti, tra cui in particolare cappellai, venditori di zoccoli, orefici, orologiai e negozianti di mobili, in applicazione dell’art 7 della citata legge 489 del 1907, chiesero ed ottennero di poter mantenere aperti i loro esercizi nelle ore antimeridiane della domenica, motivando la richiesta con le particolari consuetudini locali e con la rilevanza del comune magentino rispetto al territorio rurale circostante, “atteso che la popolazione rurale si reca abitualmente nei giorni festivi in questo comune per fare i suoi acquisiti”.
I parrucchieri invece ottennero dalla Giunta comunale il permesso di poter mantenere aperte le botteghe in tutta la giornata di domenica ed anche al lunedì (in considerazione del “gran concorso” di gente per il mercato settimanale), concedendo di conseguenza il riposo settimanale ai dipendenti nella giornata di martedì.
La documentazione d’archivio in questo caso ci consegna anche l’elenco completo dei sei esercenti l’attività di parrucchiere, in quel lontano 1908: Giacomo Barenghi, Antonio Re, Ambrogio Cattaneo, Gerolamo Passera, Giovanni Capello e Gaetano Dameno. 
Nel 1910, dopo qualche mese dall’entrata in vigore della legge sul lavoro notturno, furono i panettieri a presentare formale richiesta di deroga dai vincoli imposti dalla legge 105 del 1908.
Le nuove norme evidentemente avevano inciso in maniera profonda sulle consuetudini in uso da tempo, cosicché i prestinai mirarono ad ottenere il permesso di anticipare l’orario per la lavorazione del pane alle ore 2 anziché alle ore 4 del mattino, adducendo come motivazione “i frequenti lamenti della popolazione che ha il pane fresco solo alle 11, o deve servirsi di quello del giorno prima col pericolo anche di non trovarne perché sprovvisti i negozi”. 
Anche in questo caso, era poi segnalata la situazione particolare che si veniva a creare al lunedì, giorno di mercato; si faceva quindi notare che il problema dell’impossibilità di avere il pane di mattina presto era sentito “specialmente nei giorni di mercato e fiere frequentati per la massima parte da gente rurale che affluisce in Comune alle prime ore del mattino per ritornare ai propri paesi e cascinali per i lavori di campagna, verificandosi il caso che tante volte non si trova neanche pane del giorno prima”. 
Interpellato dal Consiglio Comunale, che voleva esser certo della pertinenza della richiesta, l’Ufficiale sanitario Pietro Beretta certificò che “per le speciali condizioni industriali del paese, nelle prime ore della mattina (verso le 5) si verifica da parte della gran massa di operai che si reca al lavoro una grande richiesta di pane, e i fornai non sono in grado per quelle ore di presentare del pane di buona qualità, e questo per la mancata necessaria preparazione dei lieviti, che specialmente nella stagione estiva dev’essere fatta di buon mattino per evitare l’acidità del pane”. A parere del Beretta sarebbe stata quindi opportuna un’anticipazione del lavoro di due ore, ma limitata ai mesi estivi, quindi da giugno a settembre. Il Consiglio, sposando la tesi del Beretta, deliberò un parziale accoglimento della richiesta dei panettieri, concedendo l’anticipazione dell’orario di lavoro ma solo da giugno a settembre; negò invece l’autorizzazione dell’anticipo nei lunedì dei mesi non estivi, nonostante “per la grossa fi era settimanale vi sia ingente richiesta di pane, ed i fornai non sono in grado di servire al fabbisogno veramente straordinario”
Una decisione contraddittoria, di cui nella documentazione non sono addotti i motivi. Certo la deliberazione del Consiglio Comunale lasciò irrisolto il problema nella maggior parte dell’anno, suscitando lamentele sia dei fornai sia della popolazione, tanto che qualche mese dopo, nel luglio dello stesso anno 1910, nella seduta della Giunta comunale, l’assessore Frigerio si fece portavoce delle lamentele della cittadinanza asserendo che “in paese si vende pane mal cotto e di qualità non sempre buona”. 
L’anno successivo, per inciso, iniziò l’attività di panificazione del Forno cooperativo Ambrosiano, che consentiva la preparazione e corretta cottura in economia del pane giallo anche a chi, ed erano i più, non poteva permettersi il lusso di acquistare il pane bianco nei sette prestini attivi a Magenta.

Laura Invernizzi

Membro del Consiglio della PRO LOCO MAGENTA
Giornalista, realizzatrice e voce narrante della sezione "Podcast"

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