Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 1 gennaio/febbraio 2012
Si è ampiamente affrontato il problema finanziario che afflisse l’Amministrazione comunale magentina negli anni successivi alla battaglia del 1859. A contribuire in maniera eccezionale al pagamento delle spese belliche vennero chiamati in particolar modo i possidenti, che si ritrovarono a dover versare un’imposta fondiaria decisamente più alta di quella pagata mediamente nel periodo preunitario. Facile immaginare come i proprietari terrieri abbiano poi cercato di scaricare l’aumentata pressione fi scale sulla fascia più debole del sistema produttivo, ovvero il ceto contadino che in quell’epoca, a Magenta, rappresentava la stragrande maggioranza della popolazione.
A questo proposito, basti pensare che, su una popolazione di quasi seimila abitanti, gli elettori politici erano solo 82, mentre gli elettori amministrativi, ovvero coloro che sceglievano a chi affidare l’amministrazione locale, erano solamente 217, cioè non più del 4% della popolazione residente. È lecito quindi chiedersi a chi ci riferiamo quando, celebrando l’Unità, pensiamo ad essa come frutto di un movimento di popolo.
Nelle campagne, il popolo che aveva piena coscienza di quanto stesse accadendo era davvero una ristretta élite, formata dal ceto dei possidenti, dei commercianti, dei funzionari, degli intellettuali, mentre le istanze della classe sociale che oggi identifichiamo col termine “popolo” erano del tutto secondarie, per non dire assolutamente trascurate. Diverse sono le testimonianze relative alla condizione dei contadini negli anni cruciali dell’Indipendenza.
Nel volume curato da Mario Comincini, “L’est Ticino e il 1859”, imperdibile per chi voglia approfondire i fatti di quegli anni, vi sono diverse testimonianze su quanto i contadini stessero percependo di un cambiamento da altri considerato epocale. Tra queste, spicca per crudezza la riflessione di Charles Joliet, addetto alla tesoreria dell’armata francese: “Il contadino comprende solamente una cosa: fare la mietitura e vivere. Per lui ogni rivoluzione in favore della tirannide o della libertà non è che un cambiamento di stato. L’ignoranza, come la schiavitù, riduce l’uomo a metà della sua anima. Così in tutte le contrade il contadino è nemico della guerra, e come deve essere quello della Lombardia che, da tanti secoli, serve da campo di battaglia all’Europa? Ieri vedeva l’austriaco togliergli per diritto di guerra il poco che possiede. Gli ha preso le sue provviste, la sua carretta, il suo mulo, le sue magre mucche. Si è portato via i suoi figli, che non hanno aperto bocca, per difendere una causa verso cui è indifferente. Oggi sono le truppe piemontesi, domani Garibaldi con i suoi volontari, dopodomani l’esercito francese. Cinquecentomila uomini passano così davanti ai suoi occhi. Se gli parlate di disfatte o di vittorie, vi risponderà che il vostro campo di battaglia è il suo campo, e che ogni passaggio di un esercito, amico o nemico, devasta una mietitura. Bisogna tenere anche conto della durata del dominio austriaco, delle amicizie, delle alleanze e dell’abitudine ad un’amministrazione dispotica ma precisa. Tutte queste cause riunite bastano per spiegare il silenzio o l’indifferenza; così, quando incontro uno di questi contadini dalla schiena curva, dalle mani rugose, dal viso bruciato dal sole, vestito della sua giacca di tela bruna e sporca che appende alle spalle, ne sento pietà e riprendo la mia strada”.
Alle accuse di indifferenza verso il nuovo ordine politico, e in alcuni casi di sentimento antifrancese e antinazionale, cui furono oggetto i contadini della nostra zona, cercarono di rispondere i parroci, che nelle campagne erano da sempre vicini alle istanze delle classi più deboli.
Don Giardini di Magenta si prodigò per allontanare l’accusa di antipatriottismo che da più parti era stata addossata ai magentini, ma fu soprattutto don Villa, parroco di Bareggio, a proporre l’analisi più lucida di quanto stesse accadendo. Interlocutori dei contadini erano realisticamente i proprietari terrieri, più di quanto potesse esserlo lo Stato, e a questi erano addossate le responsabilità del malessere diffuso nelle campagne. Solo un numero esiguo di possidenti aveva aderito infatti alla proposta, lanciata all’indomani della liberazione di Milano, di festeggiare la ritrovata libertà con un azzeramento dei debiti che i rurali avevano accumulato negli anni nel versamento dei canoni fondiari: la maggior parte dei proprietari era convinta che i contadini dovessero in ogni caso sottostare ad una condizione di debito verso i terrieri, come condizione indispensabile che ne avrebbe garantito la fedeltà. Anzi, il maggior peso fiscale imposto ai beni fondiari era stato, come detto sopra, scaricato sui lavoratori della terra.
Così scrisse don Villa, calandosi nei panni di un contadino: “Quello che non intendiamo è che da alcuni signori si abbia a sospendere la sovvenzione del pane ai loro coloni, perché stando la scarsezza del raccolto, insieme a un po’ di grandine, con unito il passaggio delle truppe, alcuni non hanno potuto soddisfare al fitto di frumento. Vediamo anche noi che faremo un debito col padrone; ma il padrone farebbe un magro guadagno, se per non avere debiti sui libri ci lasciasse morire di fame. È vero che i nostri preti ci vanno confortando coi bei nomi di nazionalità, di indipendenza, di governo popolare, e ci fanno vedere nel futuro una prospettiva ridente anche per noi; ma se moriamo oggi di fame, che importa a noi del domani? Ci si dia almeno il necessario alimento, e allora anche noi grideremo a piena gola: viva la Costituzione!”.
Da più parti, politici ed intellettuali proposero soluzioni a questo stato di cose, ed in particolare dal clero milanese venne la proposta di un’esenzione fiscale, o comunque di una diminuzione delle imposte, a favore di quei paesi che notoriamente, a causa degli eventi bellici, si trovavano nella condizione di non poter pagare le tasse.
Questi provvedimenti, favorendo i proprietari terrieri avrebbero finito indirettamente per favorire anche la classe contadina, verso la quale i possidenti avrebbero assunto un atteggiamento più conciliante. Nella realtà poi, come ampiamente documentato, le cose andarono nella direzione opposta, e all’aumento della tassazione diretta si aggiunsero anche nuove imposte indirette, delle quali la famigerata “tassa sul macinato” inaugurata nel 1869 è l’esempio più chiaro.
Sulle colonne del periodico milanese “Il Conciliatore”, i contadini e i proprietari magentini erano presentati accomunati da una medesima condizione: “In quelle terre vivono persone che hanno perduto nell’ultima guerra assai più del raccolto; […] portano in proprio un danno che dovrebbe essere comune, e invece non si può dire che la pubblica amministrazione pensi di alleviare, almeno nell’ordine dei contributi, la loro sorte. Tale dimenticanza potrebbe recare lo scoramento in quelle popolazioni e in chi può essere ancora chiamato e colle sostanze e colla persona a difendere un’altra volta la patria. Il cittadino sarà sempre più pronto ai sacrifici, quando sappia che i danni patiti pel bene di tutti vengono equamente sopra tutti divisi. […] facciamo voto perché il pio colono possa tranquillo soggiungere: le provvide cure del nostro governo mi hanno salvato dai pericoli e dai danni ancor più gravi della fame”.
Purtroppo, come sappiamo nulla di quanto qui auspicato trovò compimento, ed allora non sorprende affatto che presso il popolo lo stato nazionale non riscosse quegli entusiastici consensi che la retorica patriottica utilizzò a piene mani.
Immagine di copertina tratta da Magenta dal 1800 al 1930 di Ermanno Tunesi (raccolta Rodolfo Re)










