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La famiglia nell’800 (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 2 marzo 1996 

Fatta l’Italia, nei modi e con i tempi che tutti conosciamo, la questione più importante sul tappeto rimaneva quella di “fare gli Italiani”, come già Cavour aveva acutamente previsto.
Lo statista piemontese aveva ben chiaro che per essere una nazione moderna all’Italia non bastava avere quella continuità territoriale inseguita nei decenni del Risorgimento, ma era necessario formare nella popolazione la coscienza di appartenere al nuovo Stato; purtroppo la nuova Italia si fece conoscere presso la maggior parte degli abitanti più per il prelievo fiscale che per le iniziative a favore delle classi meno agiate: tasse necessarie, per finanziare le enormi spese che i governi della Destra storica dovettero affrontare nei settori delle opere pubbliche, della sanità, dell’amministrazione, dell’esercito e dell’istruzione, ma tasse inique, perché colpirono più i consumi dei patrimoni.
I governi della Sinistra, al potere dal 1876, non mutarono di molto le linee guida dell’ormai consolidata politica accentratrice, ma compirono il tentativo di approfondire la conoscenza della realtà italiana, nel suo settore maggiormente rappresentativo, quello agricolo, in un periodo in cui le difficoltà negli scambi commerciali stava per mettere in crisi la maggior parte della popolazione italiana. 
Nel 1882 furono resi pubblici gli Atti della Giunta per “l’Inchiesta agraria e sulle condizioni economiche della classe agricola“; a questa inchiesta, meglio nota come “Inchiesta Jacini”, collaborarono diversi economisti e studiosi, conoscitori delle pratiche agricole e delle abitudini delle popolazioni rurali delle diverse regioni d’Italia. 
La monografia riguardante la nostra zona venne compilata dal cavalier Rinaldo Anelli, sacerdote e parroco di Bernate, brillante personalità di studioso e animatore della vita sociale ed economica della zona.
Vediamo nella sua relazione, fedelmente trascritta perché in forma semplice e chiara, alcuni degli aspetti più interessanti, quelli cioè più utili per conoscere la vita delle famiglie magentine della seconda metà dell’Ottocento, non tanto nei risvolti economici (ne tratteremo più avanti), quanto nelle consuetudini più spicciole. “La famiglia colonica, nella zona asciutta di questo circondario, è molto numerosa, e se ne contano di quelle, anche da semplice pigionante, di 18 e 20 individui; le abitazioni sono scarse assai, sebbene sopra larghissima scala vi fiorisca la coltivazione dei bachi. Una cucina con tre camere al massimo costituisce un alloggio da bastare per una famiglia di 15 persone, nella quale vi sono almeno tre matrimoni. E questa mancanza, oltre ad essere contraria affatto ai buoni princìpi dell’igiene, si oppone anche alla buona morale. Il cotone è quello che fornisce a questi abitanti la materia per il loro vestimento; questo in genere è assai decente; ed alla festa non manca di presentare nell’uno e nell’altro sesso una certa qual eleganza che, unita ad una certa urbanità, dimostra come veramente la civiltà vada progredendo nelle nostre campagne. 
Un uomo ha, in generale, non meno di venti camicie di lino filato d’inverno dalle donne di casa, ed una donna porta pure, in biancheria, all’atto del suo matrimonio, un corredo del valore di lire 180. Le famiglie sono tutte governate da un capo, al quale ognuno deve dar conto dei suoi lavori e guadagni; di parecchi dei quali anzi il capo stesso recasi ad incassar l’ammontare. 
Il capo rappresenta la famiglia tutta nelle relazioni col padrone, ed egli solo è chiamato a San Martino per la lettura dei conti. Egli poi da buon amministratore provvede ai bisogni della famiglia sia per il vitto, come per il vestito; egli fa i contratti di compera e di vendita del bestiame, dandone però conto sempre in famiglia, acciò tutti siano persuasi del suo operato. Ogni domenica ed alle principali solennità dell’anno, distribuisce agli uomini da lavoro della famiglia un po’ di danaro, per i minuti piaceri (circa una lira a testa); e non dimentica giovanotti e i vecchi, a ciascuno dei quali dà circa 50 centesimi. 
Terminata la filanda, le donne ricevono la paga e la consegnano al capo di famiglia, che rilascia loro in mano qualche piccola somma colla quale si comperano od uno scialle, od un fazzoletto, che chiamano il regalo della filanda. 
Fra le donne vi è la massaia, che di solito è la moglie del capo di casa, ma quando questi non sia il padre od il maggiore di età fra vari fratelli, è la moglie del più anziano, ed a lei tocca di preparare il desinare per tutta la famiglia, e quando questa è tutta in campagna per i lavori, glielo deve portare là dove si trovano. 
Essa deve attendere all’allevamento dei polli, rattoppa e rammenda vestiti, sorveglia i piccoli ragazzi della famiglia, distribuisce alle donne di casa la parte di lino che loro spetta da filare. Il governo della stalla appartiene ad un uomo della casa, il quale insieme al capo si leva di buon mattino per curare tutto il bestiame e regolarlo così che possa essere presto pronto ai lavoro, ma la mungitura della vacca spetta alla donna di casa, ossia alla massaia, alla quale pure tocca di preparare la pasta per la panizzazione, ed a volte deve pensare anche alla cottura del pane.” 
 
Ci fermiamo qui, per ora, perché alla cottura del pane, come all’alimentazione ordinaria della famiglia contadina, conviene dedicare una pagina intera, tanto era oggetto di dibattito e discussione tra studiosi, medici ed economisti.

 

Immagine (Racc. Masperi) tratta dal libro Magenta dal 1800 al 1930 di Ermanno Tunesi, 1990

 

Laura Invernizzi

Membro del Consiglio della PRO LOCO MAGENTA
Giornalista, realizzatrice e voce narrante della sezione "Podcast"

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