MAGENTA NOSTRA

Le festività della tradizione religiosa (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 10 dicembre 1994

A lasciarsi prendere la mano, il clima festoso di questi giorni suggerirebbe una retorica rievocazione riguardo ai diversi co turni tenuti dai nostri avi nel vivere con più saggia moderazione e sincerità la grande festa religiosa del Natale. Senonché sembra più consono ad una rubrica come questa, che sulla certezza delle fonti storiche vuol presentare il passato della nostra città, non affidarsi eccessivamente alle fonti orali, pur numerose, che ritraggono il Natale dell’era pre-consumistica con imprecisata nostalgia; ecco quindi che, pur mantenendomi in qualche modo in sintonia con la circostanza, ritengo di potermi staccare da uno schema troppo scontato, allargando lo sguardo all’orizzonte più vasto delle diverse festività, ovvero dei momenti di vita che i Magentini di qualche secolo fa vivevano come unico spazio per esternare il proprio desiderio di vita comunitaria e di condivisione delle stesse speranze.

Il calendario liturgico proponeva ai fedeli una ricca serie di solennità da santificare con riti e cerimonie rigorosamente prestabilite
, ed appariva agli occhi dei contadini come una guida che scortava gli eventi principali della vita di ognuno; le celebrazioni festive inoltre sottolineavano la stretta connessione tra evento religioso e attività umana, che nella nostra zona era e elusivamente legata alla vita agricola. Anche per questa ragione non ci sono restati molti documenti critti sui riti natalizi: il Natale era festa da trascorrere in famiglia, nell’intimità e nella riservatezza delle mura domestiche, che allora come oggi il parroco benediceva nei giorni precedenti la solennità, ma mancava quel clima di commossa ed intensa partecipazione che accompagnava le scenografiche manifestazioni i culto legate alle festività connesse al ciclo agricolo, dalla semina fino al raccolto. Natale cade in una stagione in cui la natura è ormai abbandonata nel riposo invernale, e per i contadini i mesi più freddi sono sempre stati dedicati a predisporre gli strumenti da utilizzare nella stagione prossima a venire. In questo periodo, alla dimensione raccolta del lavoro corrispondeva quindi la santificazione raccolta delle feste.

Le solennità religiose distribuite nell’arco dell’anno liturgico seguivano una precisa gerarchia, al vertice della quale stavano la Settimana Santa, la Pentecoste e il Corpus Domini, cadenti nel periodo più importante e delicato per la stagione agricola
.
Un riflesso di questa norma è in un documento della metà del Settecento, di carattere ufficiale perché emanazione della cattedra arcivescovile di Milano. In esso si rispondeva ad alcuni quesiti posti dal neonato capitolo della chiesa Collegiata di Magenta, eretta a questa dignità nel 1743 con bolla apostolica di papa Benedetto XIV. Il Preposto, il Canonico Curato, e gli altri quattro canonici componenti il capitolo videro così imposto un regolamento che fissava in corrispondenza di determinati obblighi un deter­minato punteggio, sulla base del quale sarebbe poi stata assegnato uno stipendio, parte della prebenda parrocchiale. La partecipazione alle varie funzioni risultava quindi più o meno importante, e come tale assegnava diversi punti di “residenza”.
Al Prevosto spettava ovviamente la celebrazione delle solennità più importanti (pontificali), cui erano associate anche quelle del Giovedì, Venerdì e Sabato Santo della Vigilia di Pentecoste del Santissimo Rosario, (7 ottobre, in periodo di vendemmia), dei Santi Simone e Giuda (2 ottobre), e delle patronali di S. Martino e di S. Rocco. Era compito del prevosto presiedere anche i Te Deum e le celebrazioni per i fedeli defunti. In questi giorni comandati la presenza di tutto il capitolo era ritenuta d’obbligo, tanto che l’assenza in coro avrebbe comportato la perdita di un punteggio triplo rispetto a quello assegnato per le funzioni degli altri giorni festivi (quattro nel caso della messa e dei vesperi).
I momenti culminanti nella vita religiosa del borgo erano tuttavia le processioni, sia per la loro dimensione corale, che per il vivo sentimento di immedesimazione nella sofferenza di Cristo che ogni partecipante sentiva, compiendo un gesto simbolicamente esemplare del pellegrinaggio terreno. Tra le processioni solenni aveva assoluta preminenza quella della mattina del Corpus Domini, in cui erano trasportate per il paese le immagini dei misteri; di pari importanza, tanto che l’assenza ad esse comportava la perdita di ben 12 punti, erano le processioni della mattina del Venerdì Santo e delle Rogazioni maggiori e minori, slegate dalle solennità liturgiche e stabilite annualmente nel periodo successivo alla Pasqua. La processione del giorno di tutti i Santi, dalla parrocchiale fino al Lazzaretto, valeva sei punti, quella del dopo pranzo del Corpus Domini tre punti, mentre quelle ordinarie della prima e terza domenica di ottobre, del primo di maggio, dell’Ottava del Corpus Domini, delle feste di S. Barnaba e di S. Fermo (11 giugno e 9 agosto, festose perché rivolte al ringraziamento per il raccolto), nonché quelle che avevano come meta la cappelletta del Pilastrello e il cimitero, valevano solo un punto.
Una rigida struttura organizzativa curava quindi i diversi aspetti della vita religiosa magentina; amministrare col giusto rigore la partecipazione del popolo ai diversi momenti liturgici era tanto la richiesta dei fedeli quanto l’esigenza dei ministri della Chiesa. Nulla era lasciato all’improvvisazione, perché la fedeltà ai riti sembrava ai nostri avi la miglior garanzia per ottenere, con il concorso alla preghiera comune, la grazia di una vita dignitosa pur nella sua semplicità.

Nell’immagine: diorama di Edi dell’Agnese – G.A.P. Stella Cometa

Laura Invernizzi

Collaboratrice di MAGENTA NOSTRA.
Realizzatrice, curatrice e voce narrante della sezione "Podcast".

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