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Magenta allagata: il canale risanatore – 1

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 3 aprile 2003

Sul finire dell’Ottocento l’agricoltura magentina, così come quella della zona asciutta della campagna milanese, si apprestava a beneficiare di una grossa opportunità, visto che a partire dal 1886 si cominciarono a derivare dal canale Villoresi, appena completato, le acqua irrigue provenienti dal Ticino.
Ai vantaggi per l’agricoltura, sfruttati soprattutto dove si scelse di fare investimenti per nuovi tipi di colture, fece tuttavia da contraltare, per Magenta ma anche per altri comuni limitrofi, un grave ed inatteso problema, connesso alla diffusione della pratica irrigua.
Il territorio magentino infatti si trova appena a monte della zona di affioramento della falda, che altrove, nella plaga a sud e nella vallata, crea le caratteristiche risorgive; la diffusione dell’irrigazione sui fondi a nord portò all’innalzamento di circa un metro della falda con gravi conseguenze per l’incolumità e per la salute pubblica.
Il fenomeno, tanto improvviso quanto deleterio, costrinse nel 1887 le autorità locali ed i singoli cittadini a provvedere con urgenza. Le parole allarmate dei contemporanei agli eventi descrivono la drammaticità della situazione: “Dato il terreno prevalentemente sciolto e ghiaioso di tutta lo sua vasta zona settentrionale, [Magenta] si trovò d’improvviso dal 1886 al 1888 nelle condizioni più preoccupanti, anzi al tutto paurose non solo in fatto di pubblica sanità, ma anche di pubblica incolumità per le copiosissime travenazioni, verificantesi in assai maggior misura poi nei periodi estivi di più estese e continue irrigazioni soprastanti. Non si levava un ciottolo dal selciato che subito non vi luccicasse l’umidore dell’acqua affiorante: qua, là, in parecchi punti dell’abitato, appezzamenti di contrade e corti, pavimenti di case e negozi che affondavano fino ad un metro coll’imminente minaccia del crollo delle case stesse; cantine completamente allagate fino a fior delle vie contigue, giardini e cortili così inondati da praticare passerelle con assi o pietre per poter accedere alle camere terrene d’abitazione; le spianate campestri a sud della cittadina ed in più depressa livellatura rispetto alla stessa, convertite in ampi, durevoli e malefici stagni; e infine deprecabile, più allarmante e letale conseguenza, 500 e più casi simultanei di gravi infezioni tifoide nell’atterrita popolazione”.
A queste parole, frutto della penna del prevosto don Cesare Tragella, si aggiunsero le considerazioni allarmate di chi, dai banchi del Consiglio Comunale, si trovò a dover agire con celerità, ma anche con ponderazione, di fronte a quella vera e propria calamità.
Così Giovanni Giacobbe, designato a presiedere una commissione appositamente incaricata, rese sinteticamente il quadro, assai fosco, della vita nell’abitato: “Coll’alzarsi dell’acqua sorgiva al livello quasi dei piani abitati, la nostra acqua potabile, ove non è già inquinata, minaccia di diventarlo. Pur troppo la condizione dei nostri contadini, che formano la maggioranza degli abitanti, è tale da non permettere loro di surrogare all’acqua che fornisce il pozzo altre bibite meglio igieniche o correggerne i difetti. Le evaporazioni delle acque stagnanti che si presentano nei terreni più depressi hanno pure reso malsana l’aria. Guai alla nostra popolazione se in tali condizioni si dovesse presentare qualche male epidemico! A tutto ciò si aggiunga il pregiudizio che ne deriva ai nostri fabbricati che, costrutti per essere appoggiati sopra fondamenta asciutte, oggi cominciano a sentire tutto il danno della diversa loro destinazione. Il Consiglio Comunale del 6 dicembre 1877 approvò in via definitiva il progetto per il “cavo colatore”, e chiese un contributo alla Società Italiana Condotte d’Acqua, visto che il danno provocato al comune derivava da un “fatto non suo”, ovvero era causato da una sorta di calamità naturale di cui Magenta non era per nulla responsabile.
La Società Condotte tuttavia non erogò alcun tipo di aiuto finanziario, limitandosi a concedere al comune la facoltà di stralciare dal Comizio irriguo numero 12 (Comizio irriguo era tutta l’area interessata dalle acque di un canale derivato) una parte dei terreni, con canali e manufatti già costruiti, in cui immettere ad uso irriguo le acque del canale comunale. In altre parole, la Società Condotte cedeva gratuitamente al comune le acque affioranti in esubero, consentendo al comune stesso di venderle a fine irriguo e di ottenerne una rendita.
L’unica condizione imposta fu l’obbligo per l’Amministrazione comunale di rifondere alla Società Condotte i costi sostenuti per l’esproprio dei terreni utilizzati per la costruzione dei canali irrigui del Comizio suddetto. Pur in condizione di gravi ristrettezze del bilancio comunale, si arrivò ad un progetto esecutivo; le acque prelevate da un cavo “mungitore”, costruito in fregio alla linea ferroviaria (a nord di essa, ai due lati della via per Marcallo), vennero convogliate in un canale scolmatore che, attraversando l’abitato da nord a sud (in cunicolo sotto la via 4 Giugno, la Piazza e la via Garibaldi) si scaricava a valle della chiesa di S. Rocco; come previsto le acque vennero immesse nella rete irrigua già pronta, in sostituzione di quelle provenienti dal Villoresi, e costituirono per il Comune un’importante entrata finanziaria a suo esclusivo beneficio.
Nessuno ebbe dubbi sull’urgenza dell’intervento, che venne finanziato esclusivamente con fondi di natura pubblica, grazie alle risorse recuperate aprendo un mutuo pluriennale e con l’istituzione di una tassa sul valore locativo delle abitazioni; qualche dubbio si ebbe invece in fase di progettazione, visto che una prima ipotesi aveva previsto l’aggiramento dell’abitato a levante di esso, cioè intorno alle abitazioni in direzione di Milano; rispetto a tale proposito, che sarebbe probabilmente stato più efficace di quello realizzato, poiché avrebbe consentito una maggior portata, si ebbero però delle opposizioni, motivate dal fatto che “il cavo posto a levante precluderebbe la via ad ogni possibile desiderio di espansione delle costruzioni, e creerebbe col profondo scavo una disagevole trincea in immediata vicinanza dei fabbricati del borgo“. Che fosse veramente questa la ragione, oppure come ebbe a dire don Cesare Tragella qualche anno dopo, che avessero influito gli interessi dei proprietari terrieri, restii all’esproprio dei loro terreni per la costruzione del canale non è possibile dirlo con certezza, certo è che il problema allora si risolse solo in parte, e solo negli anni Venti del Novecento venne del tutto superato, grazie ad un canale risanatore, finanziato dalla società Varedo, che aggirò l’abitato a ponente dello stesso.

Laura Invernizzi

Membro del Consiglio della PRO LOCO MAGENTA
Giornalista, realizzatrice e voce narrante della sezione "Podcast"

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