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Magenta sulla via dei pellegrini (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 9 novembre 2005

La Lombardia in epoca medievale era attraversata da un gran numero di carovane di pellegrini, poiché da qui passavano i principali itinerari che dal Nord e dall’Occidente, modellati sulla rete stradale romana, portavano a Roma e ai porti d’imbarco per la Palestina. Gli itinerari tradizionali erano ancora quelli aperti in epoca longobarda e carolingia, ed in particolare era particolarmente battuto quello che, provenendo dall’Inghilterra e dalla Francia, superava le Alpi al passo del Gran San Bernardo per puntare poi verso Roma. Era la famosa “via Francigena o francisca”, che all’altezza di Vercelli si biforcava scendendo verso Pavia oppure dirigendosi, con una variante molto frequentata, verso Milano.
Tracce di chiese ed “hospitali” per l’accoglienza dei pellegrini sono abbondantemente presenti nella zona ad ovest di Milano, gli antichi “Corpi Santi” oggi incorporati nella metropoli, e lungo la strada Vercellina che entrava nel capoluogo dall’omonima Porta, per fare poi tappa presso la Basilica Martyrum di Sant’Ambrogio. Nello stesso ex quartiere di Porta Vercellina in Milano sono rimaste tracce anche della presenza dell’Ordine dei Templari, vero e proprio corpo di “polizia stradale” addetto alla sorveglianza delle carovane dei pellegrini, grazie a pattuglie itineranti o dislocate nei punti di sosta individuati sul percorso, ad una distanza variabile dai 20 ai 30 chilometri uno dall’altro, ovvero quanto era percorso in una giornata di marcia sulla base del passo dei più deboli, vecchi e bambini.
Da Vercelli si giungeva a Novara, e da lì in due tappe a Milano. Lungo il percorso erano diverse le chiese dedicate ai santi più venerati dai pellegrini: S. Giovanni Battista, S. Michele, S. Cristoforo, S. Martino, oltre, naturalmente, alla Vergine Maria. Da Novara per giungere a Milano il passaggio del Ticino poteva avvenire su due itinerari: uno più a nord, nei pressi di Turbigo, e uno più diretto, all’antico “vadum Tercantinum” tra Trecate e Magenta. Superato il Ticino, ecco infatti aprirsi allo sguardo dei viandanti il villaggio di Magenta, preceduto, ma solo a partire dall’epoca successiva all’escavazione del Naviglio da quello di Boffalora, avente probabili funzioni difensive. Per giungere a Milano mancava da qui solo una tappa.
Nei documenti medievali magentini finora noti, a dire il vero, non si trova traccia di presenza di siti templari, o di riferimenti espliciti alla funzione di luogo di sosta; qualche considerazione tuttavia, unita alla documentazione successiva, ci guida nella formulazione di questa ipotesi. Innanzitutto la presenza dominante a Magenta per tutto il medioevo della famiglia Crivelli, tra le più importanti a Milano nel XIII secolo, e con diversi esponenti nell’ordine del Tempio. I Crivelli risiedevano in Milano a Porta Vercellina, ed erano valvassori dell’abate di Sant’Ambrogio, dal quale con tutta probabilità ebbero le terre magentine, così come altre a San Pietro all’Olmo e nei Corpi Santi, con il compito di custodire la via di transito proveniente da Vercelli. All’ingresso del villaggio di Magenta, si incontrava, col comodo di un ampio sagrato, la chiesa di San Martino, santo tra i più venerati dai pellegrini, particolarmente dai francesi, e nella piazza centrale (fornita di ampi portici a partire dal secolo XV) ecco la chiesa di Santa Maria Vecchia, affacciata sullo spazio dove era forse un fossato che proteggeva un gruppo di edifici fortificati e dove era certamente collocato un porticato descritto nel catasto settecentesco come “coperto per ridotto di forestieri in tempo di pioggia. A partire dal ‘400 è poi documentato in Magenta un ospizio, retto allora dai frati francescani minori, ma forse preesistente, visto che la tradizione scritta riporta di una sua consegna a quei religiosi nel 1418. Luogo di sosta per transito di civili e di militari Magenta lo era sempre stato, e il villaggio, divenuto borgo nel 1310, si era dotato delle strutture necessarie a questo scopo: osterie, locande, luoghi di riparo; e il nome Magenta deriva con buona probabilità dalla corruzione del termine romano “mansio”, usato già dai romani, ma anche dai Templari, per indicare una stazione di sosta lungo il cammino.
Da Magenta i pellegrini ripartivano per il loro viaggio della fede, e incontravano a Vittuone, dove confluiva l’itinerario proveniente da Turbigo, la chiesa di Santa Maria, a Bareggio il santuario della Madonna Pellegrina, a San Pietro la chiesa della Beata Vergine del Rosario. Poi l’oratorio di San Giovanni a Cascine Olona e a Quarto Cagnino (l’antica Quartum Castrum) la grangia di Linterno, vero crocevia dei pellegrini alle porte di Milano; lì infatti potevano incrociare i fedeli tedeschi, che diretti a Roma lungo la via Regina, volevano evitare di addentrarsi nel capoluogo lombardo. Da cascina Linterno potevano poi scegliere se dirigersi verso la basilica di Sant’Ambrogio a far visita alle tombe dei martiri Protasio e Gervasio, oppure puntare direttamente verso sud, in direzione di Pavia, alla volta di Roma.

Nell’immagine affresco Chiesa della Madonna del Parto – Sutri (VT) tratto da I luoghi del Silenzio

Laura Invernizzi

Collaboratrice di MAGENTA NOSTRA.
Realizzatrice, curatrice e voce narrante della sezione "Podcast".

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