MAGENTA NOSTRA

Quella finestra in via Garibaldi (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 3 aprile 1998

Nota della redazione: fino ad un mese fa – la foto è stata scattata il 7 gennaio 2021 – la situazione dell’edificio era molto simile alle prime righe riportate sotto, fatta eccezione per la finestra successivamente chiusa con delle assi. Attualmente è stata posta un’impalcatura di protezione esterna. Casa Martignoni è proprietà privata e risulta attualmente in vendita.

Da qualche mese i magentini si saranno accorti di un piccolo, quasi insensibile cambiamento nel consueto panorama della città; in particolare chi transita quotidianamente da via Garibaldi avrà notato una finestra ormai costantemente spalancata, a catturare lo sguardo verso uno spazio scuro che lascia libero campo all’immaginazione. Non è tanto la finestra aperta a lasciare perplessi, quanto il fatto che nessuno la chiuda, che nessuno si preoccupi di ripristinare la posizione e la funzione assegnatale da secoli. Quel varco spalancato sembra violare i cinquecento e più anni di storia di cui può andare fiera l’unica facciata rinascimentale presente a Magenta. Non è compito mio, né di questa rubrica indagare per quali ragioni si sia potuti giungere a questa incresciosa situazione, né additare qualcuno come responsabile della totale incuria nei confronti di un segno così ben tangibile del nostro passato; e neppure sollecitare chi potrebbe, e dovrebbe, intervenire per porre un argine al degrado, prima che anche per questo edificio sia troppo tardi, incoraggiato dal fatto che sugli stabili storici di via Garibaldi è posto un vincolo, una specie di garanzia per permettere al cittadino la fruizione di ciò che la normativa chiama “bene culturale ed ambientale”. Compito mio è invece quello di restituire dignità al patrimonio storico della nostra città, a quel poco almeno che ancora rimane, dando ragione del perché valga la pena mantenere intatti alcuni scorci di Magenta, senza incorrere nella tentazione di sostituire gli antichi scenari con nuove quinte fatte di cemento armato e di marmo lucente.
Il nucleo di abitazioni che, sulla destra della via Garibaldi, un tempo contrada di San Rocco, segue fedelmente l’andamento curvilineo della strada, ha visto progressivamente sacrificare la sua originale fisionomia ai bisogni di una città sempre più centro di commercio e di servizi; numerose vetrine sono così state aperte tra i portoni d’accesso alle proprietà, e tuttavia rimane un certo senso di omogeneità nel prospetto d’insieme, segno di una comune origine e di una simile destinazione. La contrada di San Rocco, relativamente recente rispetto alle più antiche contrade del centro storico, cominciò a svilupparsi nel XV secolo, quando la ripresa economica convogliò verso Magenta l’interesse dei notabili milanesi desiderosi di investire nel contado le ricchezze disponibili; nel 1396 l’arrivo della Certosa di Pavia tra i proprietari magentini aveva portato una nuova intraprendenza nelle pratiche agricole, e d’altra parte la concessione del mercato con esenzione dai dazi a partire dal 1410 aveva fatto di Magenta un’interessante piazza mercantile. L’espansione edilizia segnò quindi un primo momento di crescita urbana ed economica; al nucleo originario del borgo, sviluppatosi tra il centro religioso della chiesa di S. Martino (l’odierna piazza Kennedy) ed il luogo della vita civile e amministrativa identificabile nell’isolato dell’antico castello, si aggiunsero in posizione ortogonale tre direttrici di espansione: verso nord (contrada di Marcallo, oggi via 4 Giugno), verso est, prolungando in direzione di Milano la contrada di S. Martino, e soprattutto verso sud, in direzione di quella che di lì a poco sarebbe stata la chiesa di S. Rocco (edificata nella seconda metà del XV secolo probabilmente per volontà di alcune famiglie). Non a caso le case “da nobile” presenti in Magenta sono localizzate quasi esclusivamente lungo questi tre assi viari, ed avevano per lo più la medesima tipologia abitativa, segnale dell’uso a cui erano destinate; ad ogni casa di residenza signorile erano affiancate le dimore rurali abitate dalle famiglie dei contadini che lavoravano i campi dei signori. Siamo lontani dalla tipologia delle ville patrizie affacciate sul Naviglio: la presenza dei nobili in Magenta era funzionale al controllo dei lavori agricoli, perché il vegliare sulla buona conduzione dei terreni era prerogativa di quella nobiltà che aveva investito nelle terre per trarre reddito piuttosto che prestigio sociale.
La casa di cui ci occupiamo era inserita in questa tipologia abitativa;
casa destinata ad accogliere le famiglie contadine, venne edificata, unitamente a quelle immediatamente adiacenti, dalla famiglia Medici nel XV secolo, ed appartenne alla stessa casata per i due secoli successivi. I Medici erano grandi proprietari terrieri, ma la loro fortuna cominciò a scemare nel corso del Seicento, ed in particolare nel periodo immediatamente seguente la peste “manzoniana”, quando il valore dei terreni e la consistenza delle rendite agrarie subirono un forte calo. Così verso il 1650 il ramo della famiglia Medici vendette la casa da pigionanti in via Garibaldi a Filippo Pirogalli, singolare personaggio di oscure origini ma di grandi ricchezze. I Medici, appartenenti alla nobiltà locale, “agitati da una sorte sinistra, stante la pessima qualità dei tempi“, ricevettero dal Pirogalli quella “bona pecunia” di cui avevano gran bisogno per cercare di mantenere un tenore di vita vicino a quello dei patrizi milanesi che stavano affermandosi in tutto il contado. Operazione rivelatasi inutile, tanto che prima della fine del secolo anche la casa nobile di contrada S. Rocco dovette essere venduta, e per i Medici ciò significò abbandonare il novero dei proprietari magentini. Il Pirogalli, mercante di oro e preziosi, creò in Magenta un cospicuo patrimonio: non ebbe figli, e dovendo designare un erede delle sue grandi ricchezze, scelse di destinarle a fini caritativi, indicando l’Ospedale Maggiore quale erede universale. L’Ente conservò case e terre in Magenta fino alla metà del Settecento, allorquando ne decise la vendita ai fratelli Giuseppe ed Ignazio Martignoni, milanesi. Dopo aver acquistato progressivamente quasi tutti gli edifici del lato destro della contrada S. Rocco, i Martignoni ne restaurarono le facciate, dando ad esse una certa uniformità, che ancora oggi, come detto, è in qualche modo possibile apprezzare. La facciata della casa rurale dalle aperture ogivali non venne invece toccata, forse perché la sua natura rustica non necessitava di particolari accorgimenti estetici, ma sicuramente anche perché la particolare e pregevole fattura della stessa aveva suggerito di rispettare il cotto a vista ed i graffiti romboidali della decorazione. Solo il cortile interno subì un ampliamento nel corso dell’Ottocento per esigenze connesse all’attività agricola, con la costruzione di un ampio porticato a chiusura dello spazio comune. Se oggi i graffiti sono pressoché scomparsi, resistono, con qualche occasionale cedimento, le aperture ogivali del primo piano, quattro finestre in cotto con tripla ghiera a sesto acuto, tutte provviste di davanzale; nella parte superiore del portone è ancora rintracciabile la ghiera in cotto lavorata. Siamo di fronte ad elementi costitutivi piuttosto rari, rinvenibili di solito in edifici adibiti a funzioni più prestigiose di quanto possa essere una casa rurale; per questo il pregio di questo scorcio è ancora maggiore, come se i costruttori quattrocenteschi avessero voluto conferire un valore “aggiunto” all’attività cui l’edificio sarebbe stato destinato.
La storia di Magenta è una storia essenzialmente agricola, e la conservazione di questo segno particolare equivarrebbe a tributare al nostro passato la dignità che gli spetta.

Laura Invernizzi

Collaboratrice di MAGENTA NOSTRA.
Realizzatrice, curatrice e voce narrante della sezione "Podcast".

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