MAGENTA NOSTRA

San Biagio – Una Madre Canossiana racconta (testo e podcast)

Nel 1998, in occasione di San Biagio, L’Amministrazione Comunale conferì a Madre Giuseppina Cucchetti il riconoscimento per la sua pubblicazione sulle origini e la storia della Chiesa.

Testo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 2 marzo 1998, foto Chiesa di San Biagio di Cine Foto Cattaneo

I nobili fratelli Giuseppe e Antonio Marchesi Mazenta, fin dal 1875, erano noti alle Superiore Canossiane di via della Chiusa a Milano, quali persone religiosissime e molto benefiche, come risulta dalla generosità con cui soccorrevano le opere delle Canossiane e anche dalle Istituzioni da essi volute in favore di particolari necessità del prossimo più bisognoso. Abitavano ordinariamente a Milano, ma erano titolari e proprietari, da oltre due secoli, di un feudo nel basso milanese, dove essi avevano dimostrato di voler stabilire una casa religiosa, in cui una Comunità di Suore avrebbero dovuto attendere alla gioventù femminile che cresceva numerosa e sbandata, specialmente nei grossi centri.
Uno di questi, allora di circa 7.000 abitanti, era Mazenta (dal nome del loro feudo), dove già, nel 1637, un loro antenato, il sacerdote Monsignore Faustino Mazenta, divenuto arciprete del Duomo (è menzionato dal Manzoni nel “Promessi Sposi”, cap. XVI), aveva fondato un beneficio, sotto il titolo del santo vescovo S. Biagio, che comprendeva una cappella dedicata al santo, con annesso un modesto appartamento per il cappellano che doveva risiedere con l’obbligo della celebrazione di alcune Messe e con annesso un cortiletto-giardino. I due marchesi Mazenta, che morirono a quattro anni di distanza l’uno dall’altro (1875-1879), lasciarono eredi di tale beneficio le Suore Canossiane di Milano a patto che si assumessero l’onere della cappellania e fondassero una casa in favore della gioventù femminile. Non vi era però spazio sufficiente per le opere che avrebbero svolto le Canossiane e, appunto in vista di ciò, i marchesi avevano annesso al “legato” suddetto, anche una vistosa somma per l’acquisto del terreno necessario. Dal loro testamento risulta che, con tale somma, le eredi avrebbero dovuto provvedere, entro cinque anni, alla fondazione di una Casa. Le Superiore di Milano si diedero subito all’opera per acquistare il terreno attorno alla Cappella di S. Biagio, sia pure con non lievi difficoltà; tuttavia, grazie agli eredi dei Mazenta che cedettero in parte il terreno necessario e il contributo di tutte le case dell’Istituto, si poté realizzare il fabbricato di via S. Biagio e, in parte, quello ad angolo, per avere un salone con porticato e cortile ad uso della gioventù che accorse poi numerosa da superare il migliaio nei giorni festivi! Si provvide all’abitazione per le Suore e alla costruzione della Cappella dedicata all’Addolorata per esclusivo uso delle Suore e delle alunne interne e, in seguito, sorse anche un piano superiore per le aule scolastiche, così che, nel 1884, si poté procedere all’inaugurazione della Casa e delle opere (1 novembre) […]
Circa la Cappella di S. Biagio, risulta sia una delle più antiche Chiese di Magenta e che, a detta del Cardinale Carlo Borromeo, che la visitò nel 1570, “fu luogo di culto antichissimo e funzionò quale Parrocchia del Borgo“. Tuttavia, lo stesso Cardinale, la trova in condizione da non potervi celebrare la Messa, nonostante l’invito del Visitatore precedente (nel 1567) di provvedere alla sua sistemazione. L’importanza di questo edificio sacro è testimoniata dal perseverare della consuetudine di celebrare la festa del santo titolare, in occasione della quale si teneva sin d’allora un pubblico mercato anche nelle adiacenze della Chiesa stessa. In seguito ai decreti del Borromeo, si ricomincia a celebrare la S. Messa. Il Visitatore delegato, Bracciolini, nel 1597, rileva tuttavia, una sostanziale inadempienza dei Decreti Arcivescovili, rimasti inattuati anche negli anni successivi, con conseguente avanzamento dello stato di degrado della Chiesa, da fargli dire, ironicamente, “che sembra vi abitassero dei buoi! L’altare è rotto, così come le porte ed il pavimento, imbrattato di sterco di animale!” Negli anni successivi si continuò a manifestare l’esigenza di un intervento risanatore, finché nel 1636 l’oratorio viene nuovamente riedificato a spese dell’abate Faustino Mazenta. A prova di ciò e della importanza di tale operato, nella Chiesa di S. Biagio si trovano due lapidi nel Presbiterio, a destra e a sinistra dell’altare, che testificano il fatto. Con un istrumento rogato in data 11 luglio 1637, l’abate Mazenta erige una cappellania perpetua in questo Oratorio, a patto che il titolare sia obbligato a risiedere e ad abitare stabilmente a Magenta, il più possibile vicino all’edificio sacro; ma già in quest’epoca presso la chiesina vi è un’abitazione con un giardinetto, il cui usufrutto, unitamente a quello di alcuni possedimenti nella valle del Ticino, per volere del detto abate, è lasciato al cappellano titolare, con l’onere di quattro Messe settimanali, compresa quella festiva. L’opera di restauro e la costruzione della sagrestia annessa alla Chiesa, dovuta anch’essa alla prodigalità dell’abate Mazenta, sono ampiamente elogiate dal Visitatore Delegato dal Cardinale Cesare Monti nella sua visita del 1644, in cui per la prima volta vengono menzionate le due grandi tavole ad olio, che ancora oggi sono presenti in Oratorio, in ottimo stato di conservazione, raffiguranti il martirio del santo e il miracolo che lo rese famoso quale protettore dei mali di gola. Nel 1706 un altro Visitatore, Corradi, ne fa in seguito una descrizione dettagliata e completa dell’Oratorio e accenna ad una tela raffigurante la gloria di S. Biagio (XVII secolo), d’ignoto autore, sopra l’altare, mentre i due grandi quadri sulle pareti laterali sono attribuiti a Melchiorre Gherardini, di cui, come si è detto, si ha già notizia a partire dal ‘600. Tale Visitatore ritiene opportuno riferire circa lo stato della nuova sagrestia, “dove pende una cordicciola, con cui si suona la campana situata in un piccolo campanile“. La cronaca della casa riferisce che sulla suddetta campana è stata incisa la data del 1649. Sulla parete nell’interno della porta maggiore sono appesi sette quadri su tela che riproducono le effigi di sante vergini e martiri (autore ignoto, sec. XVII).
È interessante ricordare che in questo periodo viene accordata una Indulgenza plenaria a chi visita la Chiesa dai primi vespri della festa del santo, fino al tramonto del sole dello stesso giorno festivo. Il Cardinale Pozzobonelli nella sua visita del 1760 non può che costatare il buono stato di conservazione dell’Oratorio, di forma quasi ovale con un campanile simile ad una piccola torre quadrata e dell’abitazione del cappellano, dovuto al costante interessamento dei marchesi Mazenta.
La Chiesa di S. Biagio, sempre citata nelle successive visite, non subisce più alcun mutamento architettonico e giuridico fino al 1879, anno in cui il marchese Giuseppe Mazenta, d’accordo con il fratello Antonio, morto nel 1875, lascia l’edificio della Chiesa, la casa del cappellano con l’annesso giardinetto, alle Figlie della Carità Canossiane affinché vi possano edificare un convento a condizione che assumessero l’onere della cappellania e relativo Oratorio di S. Biagio, che viene chiuso al pubblico e aperto solo in occasione delle feste del santo come testimoniano i documenti delle Visite Pastorali successive. “Si deve quindi all’iniziativa delle Canossiane l’attuale stato dello edificio, recentemente ripulito e restaurato, come pure la continuazione dell’antica tradizione di celebrare solennemente ogni anno, il 3 febbraio, la festa di S. Biagio e di esporre al bacio dei fedeli le sue sante reliquie che vengono menzionate per la prima volta nel 1830 in una nota degli arredi della Chiesa“. Il portale d’ingresso è in stile tipicamente barocco, mentre il resto della facciata è stato rimaneggiato nell’800 durante i lavori di costruzione del Convento. Anche l’interno è in stile barocco ed ha un’unica navata che si chiude, dopo la balaustra con un piccolo presbiterio, sovrastato da un arco trionfale che riprende la volta a botte della navata stessa. Le pareti, ripartite da lesene, sono ricoperte da pregevoli quadri ad olio rappresentanti scene del martirio e del miracolo che rese famoso il santo, attribuiti a Melchiorre Gherardini, di cui si ha notizia, come si è detto già, dal 1600. Unici rifacimenti sono alcuni affreschi nella volta a botte del presbiterio. Anche i quadri del martirio di un bimbo, sono attribuiti allo stesso autore Gherardini (così pure gli affreschi delle figure femminili sulla parete di fondo).
L’affermazione dell’antichità e della funzione primitiva e parrocchiale della Chiesa di S. Biagio è stata ulteriormente comprovata, cioè in seguito al 1567 e alla successiva visita di S. Carlo Borromeo (1570) e a quanto egli confermò in tale occasione circa la funzione di tale Oratorio e anche in altre visite successive. Quando poi nel 1884 nell’area accanto alla Chiesa, dove ora sorge l’istituto delle Canossiane, si trovarono resti consistenti di una necropoli gallo-romana, insieme a tali oggetti, alcuni dei quali si conservano nel Museo civico di Milano, si rinvennero anche monete di Tiberio, Claudio, Nerone e Druso. Probabilmente infatti, come testimonia appunto la sua vicinanza ad una necropoli, la Chiesa di S. Biagio si trova dove un tempo sorgeva un sacello pagano, adibito al culto dei morti, che, in seguito, venne usato come luogo di culto cristiano con il diffondersi del cristianesimo.

(Tutte le notizie suddette sono state attinte in parte dalla “Cronaca” della Casa e, in parte, da altre fonti – vedi il vol. “L’arte del sacro” di Eugenio Mario Guglielmi, edito dalla Parrocchia di S. Martino, in Magenta. 
Dal “Martirologio Romano” risulta che le figure femminili, sulla parete di fondo, siano di donne vergini martirizzate, perché raccoglievano il sangue, che scorreva dal corpo di S. Biagio, mentre era tormentato – v. Mart. Rom. g. 3 febbraio). ccc

Laura Invernizzi

Collaboratrice di MAGENTA NOSTRA.
Realizzatrice, curatrice e voce narrante della sezione "Podcast".

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