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San Martino senza fiera (testo e podcast)

Testo di Alessandro Colombo pubblicato su MAGENTA NOSTRA n. 1 gennaio/febbraio 2004

La scoperta della ricorrenza patronale di San Martino come occasione di festeggiamento e di svolgimento di manifestazioni tese ad aggregare la comunità, è cosa molto recente; storicamente per i magentini i giorni di festa, e quindi di fiera e mercato, erano quelli legati a San Biagio e a San Rocco. Su quali siano stati i motivi che nei secoli scorsi hanno determinato la preferenza accordata alle festività connesse alle chiese minori del borgo, può essere solo oggetto di ipotesi; certo è che la divisione della cura d’anime in due settori, con i rispettivi parroci porzionari e con le rivalità da ciò derivanti, può aver ostacolato la coesione della comunità attorno alla chiesa parrocchiale.
Alle antiche fiere di febbraio (dalla durata di tre giorni) e di agosto (un giorno soltanto), si aggiunse a partire dal 1788 un’ulteriore fiera, anch’essa di tre giorni, da tenersi nella terza settimana di settembre, legata in particolare al commercio di bestiame e granaglie e concessa con esenzione dai dazi sulle transazioni commerciali. Proprio a questa fiera è connesso il tentativo, che ebbe luogo nel 1833, di trasferimento della stessa a novembre, in prossimità della giornata di S. Martino, forse per dare più consono accompagnamento ai festeggiamenti del santo patrono, forse per mere ragioni commerciali. Fallito quel tentativo, San Martino rimase senza fiera, rappresentando questa situazione un’anomalia rispetto alle comunità limitrofe. Il desiderio di spostare la tre giorni fieristica a novembre si scontrava con una situazione cristallizzata da secoli: a San Martino da tempo immemorabile si teneva fiera ad Inveruno, ed era impensabile una concomitanza tra comunità così vicine; l’idea degli amministratori magentini fu quindi quella di programmare la fiera a partire dal primo lunedì successivo alla fiera di Inveruno, con vantaggio, a parer loro, anche per quest’ultimasulla vista che i mercanti, segnatamente di bestiami, che vengono dall’estero [Piemonte soprattutto], recano maggior copia di bestiami a concorrere quando abbiano più fiere vicine per poter smerciare le loro mercanzie“. La proposta magentina trovò invece la ferma opposizione sia degli amministratori di Inveruno sia di quelli di Castano (fiera l’ultimo lunedì di ottobre), timorosi di veder scemare le contrattazioni a causa di eventi troppo ravvicinati, che avrebbero portato a favorire l’ultimo, grazie ai prezzi inevitabilmente più bassi. Ulteriori considerazioni da parte dei magentini, miranti a contestare un tale assunto, fecero leva sul fatto che Legnano (fiera dei morti il 2 novembre), a differenza di Inveruno e Castano, non aveva posto alcun veto, ma si appoggiarono anche all’ironia, non sapendo “da dove il comune di Inveruno trae il vantato privilegio che la sua fiera abbia ad essere l’ultima dei contorni” e non capacitandosi del fatto che “se tali privilegi davvero vi fossero stati, Inveruno abbia potuto stabilire la sua fiera dopo quella antica di Legnano”, e d’altronde “così rimontando non esisterebbe che una sola ed unica fiera”. L’arbitro della contesa, la Delegazione Provinciale di Pavia, non accordò ai magentini l’invocato trasporto di data, sebbene ritenesse comunque “non privo di fondamento l’argomento messo in campo dalla Deputazione di Magenta“; prevalsero tuttavia le proposizioni di Inveruno: “Trattandosi di fiere destinate a provvedere ai bisogni dei coloni, pressoché uguale rimane sempre il numero dei compratori e questi, nella speranza di avere migliori contratti, vanno differendo agli ultimi momenti le loro compere, e così viene a cadere il lucro principale sull’ultima fiera, in grave detrimento delle anteriori. Così si verrebbe a portare grave nocumento ad Inveruno, per favorire gli interessi di un altro Comune, che trovasi già in circostanze più vantaggiose, con altre fiere e mercato settimanale“. L’ultima replica dei magentini venne ad assumere il tono della polemica, ma non sortì comunque alcun effetto: “Allorquando il governo, qualunque siasi l’epoca della concessione, accordò al comune di Inveruno il beneficio di tenere una fiera, determinò bensì l’epoca in cui la stessa poteva aver luogo, ma non gli accordò certo il diritto di essere l’ultima tra le due province di Milano e Pavia [cui Magenta apparteneva nella prima metà dell’Ottocento]. Pare così che si manchi alla giustizia sostenendo l’erroneo principio messo in campo da Inveruno, poiché l’ammissione del principio stesso importa necessariamente un vincolo alla libertà del governo, cosicché non potrebbe esso d’ora innanzi accordare ulteriori fiere per serbare intatto il diritto vantato. La domanda del comune di Magenta si circoscrive al trasferimento ad epoca più per essa conveniente. Non sfuggirà a codesta Delegazione Provinciale la considerazione che l’impegno di Sua Maestà nel disporre una strada che in via più retta apre la comunicazione commerciale col Piemonte, strada che andrà ad intraprendersi nella prossima primavera [1835], involve in sé l’idea della facilità delle comunicazioni, e che quindi sta in armonia con tale disposizione il miglioramento al commercio che la Deputazione di Magenta intende dare col chiedere il trasferimento della fiera“. E per chiudere, accrescendo, se possibile, lo sdegno, ecco anche una lezione di filosofia pratica: “È meramente gratuita l’asserzione che i compratori si radunano alle estreme fiere per provvedersi le cose ad essi occorrenti. L’individuo fa le sue spese allorché ne sente il bisogno e ne ha i mezzi, ed è perciò che giova moltiplicare i mezzi dello smercio”.

Laura Invernizzi

Collaboratrice di MAGENTA NOSTRA.
Realizzatrice, curatrice e voce narrante della sezione "Podcast".

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